Editoria: dov’è il confine?

Fotografia di Cippiribia (http://www.flickr.com/photos/cippiribia/)Leggendo un commento di un internauta ad un articolo relativo al recente caso Google mi sono interrogato sul sottile confine che intercorre fra ciò che è prodotto editoriale e ciò che non lo è. Appena avevo letto la sentenza (e comunque anche ora) mi ero scandalizzato, disgustato e arrabbiato. Ora, dopo aver raccolto qualche informazione in più, sono ancora più confuso perché, pur continuando a ritenere sbagliata questa sentenza (e qui mi ripeto) capisco che spesso l’ideologia ci acceca e non ci fa ragionare. Il vero problema, come spesso accade con questo tipo di tematiche, è che ci troviamo di fronte ad un vuoto normativo. Tecnologia e leggi, da sempre, viaggiano a velocità troppo diverse.

Anzitutto è doveroso sottolineare che un prodotto editoriale può essere realizzato sia su un supporto fisico sia su un supporto informatico (ovvero nessun supporto)(Legge 7 marzo 2001, n. 62). In parte questo lo si sapeva già. Con il termine editoria siamo abituati a pensare a quotidiani, riviste o libri. Già da decenni però utilizziamo prodotti editoriali che non fanno uso di supporti fisici: televisione e radio.

Fra un servizio come YouTube e una redazione vi sono però delle significative differenze per quanto riguarda chi produce le informazioni, siano esse video, articoli o audio. Milioni di persone pubblicano video su YouTube mentre solo poche decine (ma anche meno) sono i giornalisti di una redazione. In aggiunta un giornalista è legato da un contratto lavorativo e viene pagato per il suo lavoro. Chi pubblica video su YouTube al contrario non è vincolato da nessun tipo di contratto e non percepisce nessuno stipendio. Questo, a mio avviso, è un punto fondamentale. Ovviamente entrambi, YouTube e redazione, guadagnano grazie a questi materiali: i primi essenzialmente grazie alla pubblicità mentre i secondi grazie alla pubblicità, alla vendita del quotidiano e ai contributi per l’editoria.

Prendiamo ora un caso concreto: gli sms inviati durante le trasmissioni televisive. Questi messaggi possono essere facilmente paragonati ai video caricati su YouTube. Le domande che sorgono spontanee sono numerose: perché una televisione è costretta a visionare tutti gli sms prima di mandarli in onda? Perché se manda in onda un sms diffamatorio o volgare viene sanzionata? Perché tutto questo non accade anche per YouTube e il web in generale? In aggiunta mi viene da pensare come mai quando pubblico un video su youtube prima attraversa una fase di “approvazione”. Approvazione che si basa su quali principi? Insomma a questo punto un controllo sulla fase di pubblicazione dei video c’è, ma probabilmente viene utilizzato solo per questioni di copyright…

Il nocciolo della questione è che il web 2.0 ha consentito a tutti (o quasi) di essere editori attraverso l’utilizzo di piattaforme come YouTube o WordPress. Ognuno di noi pertanto si ritrova ad essere editore, giornalista e direttore ed ognuno di noi dovrebbe a questo punto assumersi le responsabilità civili che queste figure, per legge (Legge 8 febbraio 1948, n. 47), devono assumersi. La verità è che certe azioni sono criminali in internet e al di fuori di internet. Pubblicare in rete un video dove si aggredisce un ragazzo disabile o farlo vedere agli amici sulla televisione di camera propria sono la stessa cosa. Il reato non cambia! E’ giusto punire chi commette azioni criminose ed è giusto punire Google se non elimina, dopo averlo saputo, un video che viola delle leggi.Giornali, quotidiani, web-blog, televisione, radio sono probabilmente tutti prodotti editoriali ma solo alcuni ricadono in questa categoria. Sono le differenze di numeri coinvolti che, data l’enorme differenza, portano, nonostante non sia presente un salto qualitativo sostanziale, le piattaforme del web 2.0 in una categoria separata e non definita ma comunque distinta dalla classica editoria.

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